Tempio romano

Tempio Romano

1_Antas_Tempio Romano statica
SCOPERTA DEL TEMPIO
L’effetto sorpresa che si presenta ancora oggi agli occhi dei visitatori, fu probabilmente la stessa emozione che pervase l’animo del Generale Alberto Lamarmora, quando per primo giunse, nel 1838, in questa splendida valle, circondata allora da una pittoresca foresta di querce e di lecci.
Egli notò un ammasso di frammenti di colonne e capitelli che potevano appartenere ad un santuario extraurbano legato alla mitica e mai trovata città di Metalla, fondata dai romani e citata nell’itinerario Antoniniano a metà strada tra Solki (attuale S. Antioco) e Neapolis appena sotto il golfo di Oristano.
Il Lamarmora fu uno dei tanti studiosi che si affascinarono alla ricerca del Tempio, a partire dal vescovo sassarese Gianfranco Fara nel 1580; l’impresa era resa più intrigante anche perché il luogo di culto era persino citato in un antico testo del famoso geografo egiziano Tolomeo (II sec d.C.) dove venivano elencate decine di località sarde tra le quali, Tharros, il fiume Tirso, Othoca, e il Sardopàtoros ieròn ossia il Tempio del Sardus Pater.
Il Lamarmora ebbe il merito di dare una descrizione dell’edificio sacro basata sulla sua diretta conoscenza e sui dati fornitogli dal prestigioso architetto cagliaritano Gaetano Cima, il quale eseguì una planimetria e una ricostruzione grafica del tempio.

GLI SCAVI ARCHEOLOGICI
Dopo secoli di ricerche e proposte azzardate quanto mai improbabili sull’ubicazione del tempio, nel 1967/68 ebbe inizio la campagna di scavo a cura della soprintendenza archeologica di Cagliari, sotto la direzione del prof. Ferruccio Barrecca e con la collaborazione dell’istituto di studi del vicino Oriente dell’università di Roma, i lavori si conclusero nel 1976. Gli scavi ripresero 15 anni dopo ad opera dell’archeologo Giovanni Ugas. A questi studiosi và il merito di aver restituito alla valle di Antas il monumento che la pietà religiosa antica aveva innalzato alla massima divinità dei sardi.
L’ultima campagna di scavo risale al 2003/04, consentendo il ripristino dell’area circostante il tempio e la ripulitura del villaggio nuragico. Lo studio ha permesso attraverso una nuova stratigrafia di ricostruire scientificamente le fasi di occupazione e le vicende del monumento; durante lo scavo sono state individuate altre due tombe a pozzetto e tutta l’area ha restituito numerosi e interessantissimi materiali di epoca nuragica, punica e romana. I nuovi scavi, condotti sotto la direzione del dott. Paolo Bernardini e della dott.ssa Michela Migaleddu, sono tutt’ora in fase di studio.

Il Tempio punico doveva essere ancora in uso, quando ebbe inizio la fase romana nel primo secolo a.C. sotto il dominio dell’imperatore Ottaviano Augusto. Dagli studi fatti si è potuto risalire solo in minima parte alle caratteristiche architettoniche del Tempio Augusteo, vistosamente decorato con antefisse raffiguranti personaggi e demoni alati, lastre di rivestimento, gocciolatoi e sculture, coronato da un frontone triangolare.

Il primo edificio templare versava in grave stato di rovina quando fu riorganizzato il suo restauro sotto il dominio dell’imperatore Caracalla, come ci svela l’iscrizione latina posta sull’epistilio sovrastante le quattro colonne, che conferma la datazione del Tempio romano al III sec. d.C.
In onore dell’imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto Pio Felice (titolatura di Caracalla) il Tempio del Dio Sardus Pater Babi, rovinato per l’antichità fu restaurato a cura di Quinto, Celio o Proculo”.
I dubbi iniziali della sua attribuzione a Caracalla, nacquero dal fatto che altri imperatori portavano la titolatura Marcus Aurelius Antoninus questi erano: Comodo, Elagabalo ed infine Caracalla. L’epigrafe venne posta tra il 212 e il 217 d.C. (morte dell’imperatore Caracalla a Carre), periodo in cui egli era l’imperatore in carica. Della divinità locale rimangono solo tre lettere Bab, ma il nome completo era Baby o Babay. L’ultimo nome sull’epigrafe si suppone fosse il dedicante, che poteva essere: il governatore della provincia, un magistrato cittadino, oppure un sacerdote addetto al culto imperiale.

Il Tempio del Sardus Pater ha mantenuto l’orientamento del Tempio Punico (da sud-est a nord-ovest), imponendo ai fedeli l’ascesa al podio mediante un’ampia gradinata, questa si componeva di vari ripiani, nel quarto si eleva l’altare secondo i canoni rituali romani nei quali i sacrifici venivano fatti all’esterno dei templi.
Il podio è lungo 20 metri e si divide in tre parti: Pronao, Cella e Adyton Bipartito.

IL PRONAOS
Profondo circa sette metri, il pronaos presenta il prospetto tetrastilo per la presenza delle quattro colonne frontali.
Le colonne, che hanno un’altezza di circa otto metri, erano costruite in calcare locale con basi attiche e sormontate da capitelli in stile ionico, questi si differenziano dalla forma canonica per la mancanza dell’abaco e del canale delle volute. L’insolito modello, era dovuto probabilmente a maestranze locali influenzate sia dai modelli in uso nella capitale che dal contatto di esperienze africane. Le deviazioni del modello ionico si differenziano anche nel fusto liscio e non scanalato.
Il pavimento del pronaos risulta completamente distrutto dagli interventi clandestini. Durante i lavori di restauro, alcune parti mancanti sono state ricostruite.

LA CELLA
In fondo al pronaos sono ancora evidenti parti del muro nel quale si apriva la soglia d’ingresso lunga due metri.
Nella cella, parte centrale del Tempio, grossi pilastri addossati ai muri perimetrali sostenevano le travi del tetto; il pavimento presenta parte del mosaico che copriva l’intera superficie, realizzato con un ordito a file parallele, presenta una fascia bianca e un bordo nero che delimita la parte centrale.
Alla cella potevano accedere solamente i sacerdoti, non solo dal pronaos ma anche da due ingressi laterali posti sui lati sud occidentale e nord orientale della stessa.
Nell’ingresso sud occidentale è ben conservato l’architrave monolitico, nel lato inferiore sono visibili le cavità di forma circolare per l’inserimento dei cardini.
Nell’ingresso nord orientale è visibile nella soglia del primo gradino un particolare incastro chiamato a “coda di rondine” dove venivano colate le grappe di piombo fuso che servivano come sistema di assemblaggio dei blocchi.

ADYTON O PENETRALE
Nel muro di fondo alla cella, si aprono due porte che immettono nei due vani, formando l’adyton bipartito. Davanti agli accessi si trovano due bacini quadrati nei quali si può discendere attraverso tre gradini; le due vasche sono impermeabilizzate con uno strato di fine cocciopesto che le rende adatte al contenimento di acqua lustrale per le cerimonie di purificazione (abluzioni).
Uno dei vani ospitava la statua in bronzo del Sardus Pater, di cui è stato ritrovato un dito di una mano che suggerisce le dimensioni di tre metri del simulacro, l’altro ambiente si suppone potesse ospitare una seconda statua, forse MAKERIS (Melkart-Erakle), padre di Sardus.
Il Lamarmora, stabilì che il Tempio era in origine costituito da un tetto di tegole piatte coperte nelle connessure da coppi con le estremità ornate da antefisse di terracotta.

I doni votivi riferibili al tempio del Sardus Pater sono numerosi: statuette in bronzo integre o ridotte ai piedi raffiguranti Ercole e altre divinità, lance in ferro, 42 monete repubblicane, 1103 monete imperiali, inoltre, l’importantissima tabella bronzea con dedica al Sardus Pater che costituì la prima spia del culto praticato nel santuario di Antas.
La conclusione del millenario culto di Babai – Sid – Sardus si colloca intorno al IV secolo d. C. quando il Cristianesimo era già affermato nelle principali città costiere.
Si presume che il culto fu assorbito dalla devozione a “S. Angelo” attestata dalla località omonima sita in prossimità della Valle di Antas.